Un quarto d’ora da neutrone

Titan è uno fra i supercomputer utilizzati per risolvere le complesse equazioni. Crediti: Oak Ridge Laboratory

Quindici minuti di celebrità non si negano a nessuno. O quasi: per un neutrone con qualche ambizione di autonomia, il traguardo del quarto d’ora rimane un sogno. Ogni volta che uno di loro s’azzarda a lasciare il nucleo dell’atomo che lo ospita per farsi strada nel mondo libero, parte un inesorabile ticchettio che conduce la sua breve carriera da solista a conclusione nell’arco – in media – di 14 minuti e 40 secondi. Con un errore, mostrano i risultati di uno studio uscito oggi su Nature, di 14 secondi. La stima della breve attesa di vita del neutrone deriva, a sua volta, dal calcolo di una costante detta di accoppiamento assiale. Costante che il team di fisici autori dello studio ha calcolato essere pari a 1,271 più o meno 0,013. Dunque con un errore che, per la prima volta, scende al di sotto dell’un per cento. continua ...

Dune nel cuore di Plutone

Questa immagine, scattata dalla missione New Horizons, mostra la catena montuosa ai margini della Sputnik Planitia, con formazioni di dune chiaramente visibili nella metà inferiore dell’immagine. Crediti: Nasa / Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory / Southwest Research Institute

Un team internazionale di geografi, fisici e scienziati planetari ha analizzato le immagini dettagliate della superficie di Plutone catturate nel luglio 2015 dalla sonda New Horizons della Nasa. Le immagini analizzate hanno mostrato che al confine della piana di ghiaccio denominata Sputnik Planitia, alle pendici di una delle catene montuose più importanti, ci sono una serie di dune sparse su una zona la cui estensione è inferiore a 75 km. I risultati dell’analisi sono stati pubblicati su Science. continua ...

Cala il sipario sulla kilonova

Immagine presa nei raggi X dal telescopio spaziale Xmm-Newton dell’Esa che mostra l’emissione associata alla sorgente di onde gravitazionali Gw170817 e quella associata al nucleo della galassia ospite, NGC 4993 . Crediti: Esa/Xmm-Newton, P. D’Avanzo (Inaf)

È stato un lento ma costante crescendo durato oltre cento giorni, poi alla fine anche il flusso di raggi X associato al primo evento di fusione di due stelle di neutroni, rivelato contemporaneamente grazie all’emissione di onde gravitazionali ed elettromagnetiche, è iniziato a diminuire. A osservare questa inversione di tendenza è stato un gruppo di ricercatori guidato da Paolo D’Avanzo, dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), utilizzando i dati raccolti dal satellite dell’Esa Xmm-Newton. Le future misurazioni del flusso di raggi X associato alla sorgente nota con la sigla Gw 170817, la cui scoperta di fatto ha segnato la nascita della “astronomia multimessaggero”, permetteranno agli scienziati di capire meglio il processo di fusione dei due corpi celesti e il modo con cui è stata rilasciata l’immane quantità di energia associata all’evento. continua ...

Come la Terra trasforma il vento solare in brezza

Un gigantesco campo magnetico circonda la Terra (linee blu). Viaggiando attorno al Sole, crea un’onda d’urto ad arco (in azzurro) davanti a sé, dove si scontra con il vento solare (in arancio). Crediti: Nasa / Goddard Space Flight Center

Anche se non ce ne accorgiamo, la Terra è come una grossa astronave che viaggia a velocità supersonica solcando le correnti di plasma emanate dal Sole, ovvero il vento di particelle cariche che la nostra stella lancia in continuazione nello spazio interstellare. continua ...

Quando un buco nero sbrana una stella

Rappresentazione artistica di un evento di distruzione mareale. Crediti: Nasa / Swift / Aurore Simonnet, Sonoma State University ed Esa

Accade di rado. In una galassia tipica, una volta ogni diecimila anni. Ma quando accade è uno spettacolo di quelli che apocalittici è dir poco: una stella smembrata e divorata dall’attrazione gravitazionale del buco nero supermassiccio al centro della galassia stessa. Uno spettacolo che va sotto il nome tecnico di evento di distruzione mareale (Tde, dalle iniziali dell’inglese tidal disruption event). Uno spettacolo al quale gli astrofisici hanno potuto assistere poche volte, almeno fino a oggi (con i telescopi del prossimo futuro dovremmo vederne centinaia di migliaia). Poche ma sufficienti a mettere in luce alcune variazioni nel tipo di emissione registrata. continua ...

Ammassi e nebulose: i vicini della Tarantola

La Nebulosa Tarantola è la struttura più spettacolare della Grande Nube di Magellano, una galassia satellite della nostra Via Lattea. Crediti: Eso

Brillando da circa 160mila anni luce di distanza, la Nebulosa Tarantola è la struttura più spettacolare della Grande Nube di Magellano, una galassia satellite della nostra Via Lattea. Il telescopio Vst (Vlt Survey Telescope) all’Osservatorio del Paranal dell’Eso, in Cile, ha ritratto questa regione e i suoi dintorni spettacolari con dettagli squisiti. Si rivela un paesaggio cosmico di ammassi stellari, di nubi di gas caldo rilucenti e di resti sparsi di esplosioni di supernova: è l’immagine più nitida mai ottenuta di questa zona del cielo. continua ...

Manhattanhenge, tramonto sulla Grande Mela

Dal 29.05.2018 al 30.05.2018

Manhattanhenge del 2008. Crediti: Michael Tyznik / Flickr

«Per la vista della skyline di New York rinuncerei al più bel tramonto del mondo», diceva il Gail Wynand in La fonte meravigliosa di Ayn Rand. Ebbene, ci sono alcune rare sere – come questa sera e domani sera – in cui Gail non deve rinunciare a nulla. Uno fra i tramonti più belli del mondo è infatti in programma alle 20:13 (ora della east coast) di oggi, 29 maggio, e alle 20:12 di domani, 30 maggio, proprio nel cuore della Grande Mela. Quando sulla 42esima – ma anche sulla 57esima, sulla 34esima e più in generale in molte delle strade di Manhattan dalle quali, volgendosi verso ovest, si vede il New Jersey – si potrà ammirare il disco del sole al tramonto allinearsi esattamente al centro della strada. continua ...

Materia oscura, i nuovi dati da Xenon1T

Una fase della costruzione di Xenon1T. Crediti: Infn

L’esperimento Xenon1T, per la ricerca diretta di materia oscura ai Laboratori nazionali del Gran Sasso (Lngs) dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), ha presentato ieri, lunedì 28 maggio, i suoi nuovi risultati. «I dati osservati dall’esperimento – spiega Elena Aprile della Columbia University, a capo della collaborazione Xenon – sono in accordo con le previsioni del piccolo fondo atteso, vale a dire quegli eventi simili a un’interazione di particelle di materia oscura ma dovuti invece a particelle di natura nota, che dobbiamo essere in grado di riconoscere. Questo risultato – prosegue Aprile – permette di fissare un nuovo limite, più stringente, alle possibili interazioni con la materia ordinaria per le Wimp, la classe di candidati di particelle di materia oscura che ricerchiamo con il nostro esperimento». continua ...

Il fascino discreto dei sopravvissuti

Confronto tra i due meccanismi di frammentazione dei quark, quello favorito e quello sfavorito. Crediti: Ifj Pan

Dai dati raccolti dal rivelatore Lhcb del Large Hadron Collider, sembra che le particelle conosciute come mesoni charm e le loro controparti di antimateria non siano prodotte in proporzioni perfettamente uguali. I fisici di Cracovia hanno avanzato una spiegazione per questo fenomeno e presentato delle previsioni, in accordo con il loro modello, che potrebbero avere conseguenze particolarmente interessanti per l’astronomia dei neutrini ad alta energia. continua ...

Il razzo decolla, la fotocamera va in fumo

La partenza del Falcon 9 il 22 maggio e il successivo incendio che ha distrutto la fotocamera. Cliccare se non parte l’animazione. Crediti: Nasa/Bill Ingalls

Grace-Fo, la missione congiunta Usa/Germania lanciata lo scorso 22 maggio con un razzo Falcon 9 della Space X dalla base militare di Vandemberg, sulla costa centrale californiana, è piuttosto importante. È infatti destinata a proseguire il lavoro di monitoraggio dell’acqua – liquida e solida – sul nostro pianeta, iniziato con la precedente Grace, per valutare l’impatto dei cambiamenti climatici in corso. continua ...

Verso Ska: ingegneri nel deserto australiano

Una stazione/prototipo completa di 256 antenne a bassa frequenza presso il Murchison Radio-astronomy Observatory di Csiro, nell’Australia Occidentale. Le antenne fanno parte del progetto Ska. Crediti: Icrar / Università di Curtin

«Non è stato un compito semplice, oltre ad abituarci alle condizioni climatiche estreme e a milioni di mosche, abbiamo avuto problemi tecnici importanti. Ma con l’aiuto dei colleghi di Icrar abbiamo completato l’array principale». Con queste parole Jader Monari, ingegnere dell’Istituto nazionale di astrofisica (sede di Bologna), racconta la straordinaria e complessa esperienza nell’arido deserto in Australia Occidentale per portare a termine l’installazione della prima stazione prototipo di Ska-Low (Aperture Array Verification System 1 – AAVS1) composta da 256 antenne a bassa frequenza (simili ad alberi di Natale) operanti fra 50 e 350 MHz. Si tratta del braccio australiano del telescopio Square Kilometre Array (Ska), che conterà (oltre alle altre in Sudafrica) 130mila antenne del consorzio Low Frequency Aperture Array (Lfaa) disegnate per “raccogliere” i segnali a bassa frequenza provenienti dal cosmo. Il team di ingegneri e scienziati che si occupa di questa fase cruciale ha recentemente completato con successo l’installazione di una stazione composta da prototipi, situato nell’outback australiano. continua ...

Apex guarda nel cuore dell’oscurità

Gli astronomi stanno tentando di trovare la prova definitiva della teoria della relatività generale di Einstein, cercando di ottenere un’immagine diretta dell’ombra di un buco nero. Questa osservazione è possibile combinando il segnale proveniente da radiotelescopi sparsi in tutto il mondo, utilizzando la tecnica chiamata interferometria a lunghissima base (Very Long Baseline Interferometry, Vlbi). I radiotelescopi coinvolti sono posizionati ad altitudini elevate per ridurre al minimo il disturbo derivante dall’atmosfera, in siti remoti caratterizzati da un cielo sereno, e stanno osservando la radiosorgente compatta Sagittarius A* (Sgr A*), localizzata al centro della Via Lattea. continua ...

MeerLicht, l’occhio della “mangusta”

Questa immagine è stata chiamata “una finestra suule stelle” perché la Via Lattea è ripresa in tutta la sua maestosità. Crediti: MeerLICHT

I radioastronomi sudafricani avranno un aiuto in più per dare la caccia a stelle e galassie. Presso il Sutherland Observatory, in Sudafrica, è stato inaugurato il MeerLicht (in olandese vuol dire “più luce”), un telescopio ottico che fungerà da “occhio” per il network di radio antenne MeerKat (uno dei precursori del progetto Square Kilometre Array, chiamato così dalla parola africana per suricato, una specie di mangusta), le cui 64 antenne sono attualmente il più grande radiotelescopio dell’emisfero Sud e il più sensibile interferometro radio in banda L (0,9-1,67 GHz) del mondo. Questo almeno fino all’entrata in funzione ufficiale di Ska1-mid, braccio sudafricano della prima fase del telescopio Ska che sarà composto da 133 antenne a parabola. MeerLicht e MeerKat scruteranno il cielo meridionale simultaneamente creando una combinazione unica di dati radio e ottici che ci daranno una “visione” più chiara della popolazione stellare nella Via Lattea. continua ...

Scavando a braccio: Curiosity torna a trapanare

Immagine presa dalla Mast Camera (Mastcam) di Curiosity il giorno marziano Sol 2057. Crediti: Nasa / Jpl-Caltech / Msss

Quando tutto scorre secondo il programma, si fa presto a dire “lo facciamo fare al robot”. Ma è nell’istante in cui il lancio dei dadi della vita reale ti manda sulla casella sbagliata – quando ti costringe a pescare la carta dal mazzo degli imprevisti – che la distanza fra l’infallibile ma rigida macchina da una parte, e dall’altra noi, esseri imperfetti ma elastici fino alla più imbarazzante delle contraddizioni, si fa sentire. Prendete Curiosity, il nostro esploratore marziano: un capolavoro d’ingegneria. Va lento, d’accordo, su quelle sue sei ruote. Ma si muove a cento milioni di km dalla Terra – su un pianeta inospitale, senza strade né Gps – prendendo in autonomia decisioni da far impallidire la driverless più ardita. Tipo polverizzare sassi qua e là con il suo raggio laser senza chiedere niente a nessuno. Ma basta il più banale dei contrattempi e un’importante parte della missione rischia di venir sacrificata. continua ...

Viste le galassie “buie”

Crediti: Eso, Digitized Sky Survey 2 e S. Cantalupo, Ucsc

Osservate le galassie “buie”, formate quando l’universo era ancora molto giovane e le stelle erano ancora rare. Il risultato, importante per capire come il gas interstellare ha fatto “accendere” le prime stelle, è pubblicato sull’Astrophysical Journal e si deve agli astrofisici italiani Raffaella Anna Marino e Sebastiano Cantalupo, che lavorano nel Politecnico di Zurigo.

Dopo avere osservato 200 oggetti cosmici, i ricercatori sono riusciti a vedere ben dieci galassie primitive e povere di stelle, illuminate dalla luce emessa da alcuni quasar, ossia da nuclei galattici attivi molto luminosi distanti miliardi di anni luce dalla Terra. Trovarle è stato possibile grazie allo strumento Muse (Multi Unit Spectroscopic Explorer), del Very Large Telescope (Vlt) dell’Eso. continua ...