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Il Divo

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SODDISFAZIONE per il doppio riconoscimento al cinema italiano dal festival di Cannes. La fotografia che ritrae insieme Matteo Garrone e Paolo Sorrentino resterà nella memoria. Ognuno ha la sua spiccata personalità ma lanciano insieme un messaggio di novità: con loro il cinema italiano recupera una credibilità che aveva perso e che ha pazientemente ricostruita. Il 38enne Sorrentino e il 40enne Garrone sono la voce di un'intera comunità e di due generazioni che hanno lavorato sodo, a lungo in mezzo al disprezzo.

Con i loro potentissimi film il cinema italiano ritrova la capacità di raccontare il proprio paese. E ritrova uno sguardo sicuro, un punto di vista deciso, un profilo marcato, un'identità riconoscibile. Paolo e Matteo provengono da un cinema di ricerca, nel quale il problema della forma è molto sentito. Lo hanno dimostrato nelle loro opere precedenti, talvolta scivolando nell'esercitazione di stile. Con Gomorra e Il Divo hanno compiuto un grande balzo in avanti. Senza arretrare di un passo nella loro esigente attenzione al linguaggio, hanno preso di petto contenuti forti, si sono immersi senza reticenze nell'aria del tempo. Due risultati in cui è la forma a qualificare i contenuti e non viceversa.

Il Divo, che speriamo circondato dalle stesse aspettative dell'altro - trattano ambedue temi molto presenti nell'immaginario e nella storia italiani - riesce nella sfida di ritrarre un personaggio di cui tutto è stato già detto procurando l'impressione che tutto sia inedito, originale. Frutto di un calibrato mix tra documento e invenzione. Dove è l'invenzione, la libera utilizzazione del materiale o la sua manipolazione creativa a imprimere forza al film. Le persone più vicine a Giulio Andreotti, i capi della sua corrente, esprimono un alone sinistro e cupo che è conseguenza dell'interpretazione artistica ma non per questo perde in attendibilità.

Il colloquio tra Andreotti ed Eugenio Scalfari è inventato, ma come rende l'idea quell'appellarsi del senatore alla complessità delle cose, in risposta alle domande incalzanti del giornalista, e la sua esortazione a evitare le scorciatoie semplicistiche nel condannarlo. Non sarà vero in senso stretto ma quanta verità c'è nel passaggio in cui il presidente confessa il dolore cui lo condannano il pensiero di Moro e la domanda "perché le Br non hanno preso me?". E poi quello in cui egli assume la responsabilità di una pratica del Male che è servita a preservare, difendere, promuovere il Bene.

Un film complesso, discutibile come qualsiasi opera che tocca argomenti tanto sensibili, dove la figura più nota di tutta la storia repubblicana, milioni di volte caricaturizzata per le sue inconfondibili caratteristiche fisiche, ci appare per la prima volta nella sua enigmatica dimensione umana e nella sua statura di moderno Nosferatu. Le forzature, le invenzioni, non mancano di restituirci un ritratto denso, realistico e indimenticabile. Il massimo di deformante soggettività produce il massimo di documento. Come fu per La dolce vita.




http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/spettacoli_e_cultura/cinema/recensioni/divo-recensione/divo-recensione/divo-recensione.html