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Le mete dell'India del Nord Nuova Delhi, Agra e Varanasi

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India: treni in ritardo, ricolmi di gente, donne accovacciate in cerchio alla stazione di Nuova Delhi, mangiando e aspettando una locomotiva che non si sa quando arriva e quando ripartirà. Accovacciati, sì, perché è la posizione preferita degli indiani, quella a loro più congeniale, in un continuo e necessario evidente rimando alla terra.
Quale sia la logica che sottende l'organizzazione delle cuccette e dei posti a sedere prenotati, non è dato sapere, ma fuori, sulla carrozza, vengono sempre affissi i posti numerati e, magicamente, si riesce sempre a prender possesso del proprio posto. Si parte così, alla volta di Agra. Un viaggio che ricopre la distanza di circa 180 km, percorsi in almeno cinque ore di sbuffi e frenate. Si viaggia con le porte aperte, gli indiani sono abituati e se ne stanno o seduti al loro posto, o accovacciati negli intermezzi tra un vagone e l'altro, oppure a prender aria, sporti all'ingresso del treno, a guardare fuori. Villaggi di lamiera che rigano l'asfalto, mucche, distese di palmeti e fitta vegetazione agreste. Il paesaggio resta immutato fino ad Agra, attraversando qua e là piccoli centri urbani che più che altro hanno l'aria di vivere come satelliti attorno al centro affaristico principale, minuscole realtà suburbane che lavorano ai margini della grande macchina produttrice.
Delhi è una sorpresa ogni giorno. Il cuore di Nuova Delhi si sviluppa attorno a Connaught Place che, sotto gli inglesi, è divenuto il centro del potere economico e politico del Paese. In realtà la piazza non ha molto a che vedere con quelle occidentali: altro non è che un appiccicaticcio e umido concentrato di bar, negozi, banche, agenzie di viaggi, mendicanti, risciò, smog. Ai muri le star di Bollywood fanno la loro comparsa, con la capigliatura simile a certi indiani che si pettinano sul tuc tuc in attesa del prossimo cliente. Un vezzo che forse non ha eguali nel mondo orientale, e che la dice lunga sul senso estetico di questo popolo. Piuttosto è nelle vie laterali alberate che si evidenzia la modernità e l'avanzamento della città: il Rashtrapati Bhavan è la ex dimora del viceré, oggi residenza ufficiale del presidente dell'India; non lontani si trovano la Casa del Parlamento, gli edifici settentrionale e meridionale del Secretariat, la Porta dell'India (monumento commemorativo di guerra), e il Rajpath, che fu realizzato per le parate ufficiali. Ma è nella Vecchia Delhi che sono custoditi gli edifici storici più belli: la Jama Masjid è una delle più grandi moschee dell'intero Paese, realizzata in arenaria rossa e marmo bianco; il vicino India: treni in ritardo, ricolmi di gente, donne accovacciate in cerchio alla stazione di Nuova Delhi, mangiando e aspettando una locomotiva che non si sa quando arriva e quando ripartirà. Accovacciate, sì, perché è la posizione preferita degli indiani, quella a loro più congeniale, in un continuo e necessario rimando alla terra, evidentemente.
Quale sia la logica che sottende l'organizzazione delle cuccette e dei posti a sedere prenotati, non è dato sapere, ma fuori, sulla carrozza, vengono sempre affissi i posti numerati e, magicamente, si riesce sempre a prender possesso del proprio posto. Si parte così, alla volta di Agra. Un viaggio che ricopre la distanza di circa 180 km, percorsi in almeno cinque ore di sbuffi e frenate. Si viaggia con le porte aperte, gli indiani sono abituati e se ne stanno o seduti al loro posto, o accovacciati negli intermezzi tra un vagone e l'altro, oppure a prender aria, sporti all'ingresso del treno, a guardare fuori. Villaggi di lamiera che rigano l'asfalto, mucche, distese di palmeti e fitta vegetazione agreste. Il paesaggio resta immutato fino ad Agra, attraversando qua e là piccoli centri urbani che più che altro hanno l'aria di vivere come satelliti attorno al centro affaristico principale, minuscole realtà suburbane che lavorano ai margini della grande macchina produttrice.
Delhi è una sorpresa ogni giorno. Il cuore di Nuova Delhi si sviluppa attorno a Connaught Place che, sotto gli inglesi, è divenuto il centro del potere economico e politico del Paese. In realtà la piazza non ha molto a che vedere con quelle occidentali: altro non è che un appiccicaticcio e umido concentrato di bar, negozi, banche, agenzie di viaggi, mendicanti, risciò, smog. Ai muri le star di Bollywood fanno la loro comparsa, con la capigliatura simile a certi indiani che si pettinano sul tuc tuc in attesa del prossimo cliente. Un vezzo che forse non ha eguali nel mondo orientale, e che la dice lunga sul senso estetico di questo popolo. Piuttosto è nelle vie laterali alberate che si evidenzia la modernità e l'avanzamento della città: il Rashtrapati Bhavan è la ex dimora del viceré, oggi residenza ufficiale del presidente dell'India; non lontani si trovano la Casa del Parlamento, gli edifici settentrionale e meridionale del Secretariat, la Porta dell'India (monumento commemorativo di guerra), e il Rajpath, che fu realizzato per le parate ufficiali. Ma è nella Vecchia Delhi che sono custoditi gli edifici storici più belli: la Jama Masjid è una delle più grandi moschee dell'intero Paese, realizzata in arenaria rossa e marmo bianco; il vicino Red Fort, interamente circondato da mura in arenaria rossa, è stata la residenza degli imperatori Moghul; il Raj Ghat il sepolcro dove il 31 gennaio 1950 fu cremato Mahatma Gandhi; il Qutab Minar Complex al suo interno custodisce la Quwwat-ul-Islam Masjid, la prima moschea costruita in India; infine la Tomba di Humayun, che pare abbia ispirato la costruzione del Taj Mahal di Agra.

Alla stazione di Agra diventa quasi impossibile non calpestare donne e bambini, inciampando nelle loro vesti. La calca umana qui dà tutto il meglio di sé. Raggiungere il Taj Mahal equivale ad aver ottenuto la luna: oasi di pace e tranquillità, si fa apprezzare oltre che per la sua bellezza esemplare (è una delle sette meraviglie del mondo), per la quiete che trasuda a ogni passo. Meglio poi giungervi all'alba, quando il bianco del marmo risplende di tutto il suo candore. Non è una moschea, ma un monumento all'amore, costruito nel 1652 dall'imperatore Moghul Shah Jahan in memoria della moglie Mumtaz Mahal, prematuramente scomparsa. Sia che lo si ammiri nella luce eterea della luna piena o in quella dell'alba, o riflesso nelle fontane del giardino, il Taj Mahal è sempre uno spettacolo che incanta. Il marmo è impreziosito da pietre dure incastonate. Nascosti dietro una preziosa grata in pietra, vi sono i cenotafi dell'imperatore e della moglie. Si narra che Shah Jahan, imprigionato nel Forte di Agra dal proprio figlio per sete di potere, abbia chiesto di essere rinchiuso nella cella dalla quale poteva ammirare il mausoleo in divenire, per sentirsi più vicino, in questo modo, alla propria amata. Il Forte è un'altra meraviglia architettonica della città: realizzato in arenaria rossa, è circondato da un duplice strato di cinta muraria e da un fossato.
Si può sceglier di proseguire per Varanasi in macchina (auto con conducente a noleggio), in aereo (facendo ritorno a Delhi e di qui direttamente all'aeroporto di Varanasi) o in treno: altra esperienza ai limiti del reale, che regala però emozioni indelebili. Compagno di viaggio? Il libro “Cuccette per signora”, scritto dalla scrittrice indiana Nair Anita, un affascinante excursus nel panorama femminile dell'India contemporanea.
Il percorso dura pressappoco 10 ore, per circa 600 km. Normalmente si viaggia di notte e la classe turistica è discretamente valida. L'arrivo all'alba non si può dimenticare, segnalato dall'odore pungente del chai. Si dice che il gusto e l'olfatto abbiano più memoria degli occhi a imprimere i ricordi del proprio vissuto e forse è così. La discesa attraverso il dedalo di viuzze che conduce al Gange è un misto di cenere bruciata, cardamomo, legna che arde. Poi, si apre una visione che lascia esterrefatti: una moltitudine di uomini e donne che si immergono nel fiume sacro, gli rendono omaggio con le abluzioni del mattino, o semplicemente si lavano, oppure consacrano al Gange, Madre di tutti i fiumi, di tutte le acque e di tutte le cose, le ceneri dei propri cari, sapendo che sarà la corrente a trasportarli fino al nirvana, in paradiso.


http://www.tgcom.mediaset.it/turismo/articoli/articolo459088.shtml