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Los Angeles Renaissance

A New York ci sono gallerie e business, a Los Angeles, gli artisti. Sempre più artisti: secondo il Census Bureau, negli ultimi anni, per uno che ha traslocato altrove, ne sono arrivati due nuovi. Il mercato immobiliare è in impennata, ma la City of Angels ha conservato il primato di mecca abbordabile, insieme con l'aura romantica di laboratorio libertario, sullo sfondo di pastiche architettonici che sembrano set della vicina Hollywood.

La competizione è dura, il mood tollerante, perché L.A. è dispersiva, si attraversa imbottigliandosi in auto per ore, alla ricerca di un centro che non c'è, da Downtown a Culver City, da Pasadena a Santa Monica, in moto perpetuo - una "navigazione da punto a punto", come l'angeleno Gore Vidal ha intitolato le proprie memorie. Persino una delle icone dell'arte Made in L.A., il libro Every Building on the Sunset Strip di Ed Ruscha del '66, che catalogava con rigore tutte le costruzioni del celeberrimo Strip, è stato realizzato montando una Nikon su un pick-up.

L'abitudine a veder scorrere il paesaggio urbano dal finestrino, come un film, fa parte del clima. Quasi ovvio, quindi, fare una mostra per strada, in mezzo al traffico, occupando billboard pubblicitari con le opere storiche di quattro big come Jenny Holzer, Barbara Kruger, Louise Lawler e Cindy Sherman, per il progetto Women in the City, curato da Emi Fontana (vedi intervista nelle pagine successive).

Lampi femministi in versione glamour
In perfetto tempismo, peraltro, con l'ondata di riscoperte "rosa" innescata dalla mostra WACK! Art and the feminist Revolution che ha debuttato al LACMA un anno fa, riportando alla luce tante esperienze sorte in California; come la mitica Womanhouse ('72), un'installazione di/per sole donne organizzata in 17 stanze di una villa hollywoodiana da Judy Chicago e Miriam Schapiro, fondatrici del Feminist Art Program di CalArts (il California Institute of the Arts, la principale accademia cittadina).

Il parterre accademico dell'arte dissidente qui è affollato: basta citare un "grande vecchio" come il 76enne John Baldessari (che insegna a UCLA, altra scuola d'eccellenza), in pieno revival critico, e non solo; pochi mesi fa, la patinatissima W l'ha scomodato per un servizio di moda. O un venerato portabandiera dell'Institutional Critique come Michael Asher, che in questi giorni il Santa Monica Museum of Art sta celebrando con una personale rarefatta. E Mike Kelley, Jim Shaw, Charles Ray, Sam Durant e il gran maestro d'irriverenza Paul McCarthy (anche lui a UCLA), con le sue indicibili performance a base di ketchup, vernice e cioccolato.

McCarthy ha da poco aperto con la figlia Mara una galleria, The Box, per esporre autori misconosciuti, in barba alle logiche commerciali. Come quartier generale hanno scelto Chung King Road, la stessa strada in cui, tra lanterne rosse e decrepiti frontoni da pagoda, si concentrano le gallerie che hanno rivitalizzato la scena metropolitana, China Art Objects, Daniel Hug, Peres Project, David Kordansky, Jack Henley.

Altro perno è il Mountain Bar, coi suoi muri rosso pomodoro, aperto nel 2003 dall'artista Jorge Pardo, il gallerista Steve Hanson e l'architetto Mark McManus; nel retro, si tengono le lezioni della Mountain School (il nome strizza l'occhio al Black Mountain College, dove insegnava Cage), una "libera scuola" creata da due artisti: Eric Wesley e l'italiano Piero Golia. Il suo autobus, compresso fino a occupare tutto lo stand della galleria Bortolami, è stato uno dei lavori più in vista di LA Art, a gennaio, fiera piccola ma iperselezionata, che rilancia i nomi delle nuove star cittadine: Sterling Ruby, Mungo Thomson, Matthew Monahan, Mark Grotjahn.

Giovani curatori e magnati del petrolio A Los Angeles stanno migrando anche i giovani curatori, come la newyorkese Ali Subotnick (complice di Cattelan e Gioni in progetti come la Biennale di Berlino, la rivista Charley e la Wrong Gallery). In estate Ali è approdata al-l'Hammer Museum, spazio privato con una storia da manuale: fondato dal magnate del petrolio Harmand Hammer, dopo la sua morte la direzione ha deciso di finanziarsi vendendo - per 30 milioni di dollari a Bill Gates, oggi grande sponsor - una gemma della collezione, il Codice Hammer di Leonardo.



Fonte:
http://viaggi.repubblica.it/dettaglio/Los-Angeles-Renaissance/192236