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I sapori di Pepe Carvalho

L LOCALE è pieno, difficile trovare posto, anche a pranzo. Tre sale, con una dozzina di tavoli ciascuna, piatti fumanti, camerieri che sfrecciano. Spiacenti, sempre meglio prenotare. La sera il tavolo è proprio sotto un ritratto con dedica di Manuel Vázquez Montalbán, Manolo per tutti: «A Casa Leopoldo, ristorante mitico della mia infanzia. Il mito corrisponde alla realtà e le conferisce inoltre fascinazione letteraria». Per lui, la vera rivoluzione avvenuta nella Spagna postfranchista era il recupero della memoria del palato, i ristoranti e i ristoratori facevano parte del paesaggio, dell'immaginario. «Se un viaggiatore non vuole allontanarsi troppo dal cuore mitico di Barcellona, il Barrio Chino, può andare a mangiare a Casa Leopoldo. Non è cambiata rispetto alla trasformazione del Barrio.

Casa Leopoldo è stata una leggenda persino all'interno del quartiere dove abbiamo sempre saputo che era un ristorante che ci rappresentava, una delle patrie del nostro meticciato». A volte uno scrittore crea un suo doppio che gli sopravvive. Montalbán è scomparso da quasi cinque anni, portato via prematuramente da un infarto all'aeroporto di Bangkok, di ritorno dall'Australia. Ma Pepe Carvalho, il detective-gourmet da lui creato, più vecchio, acciaccato e disincantato di sempre, insegue ancora le sue inchieste (a marzo sono uscite in Italia le sue ultime Storie di politica sospetta), nelle Barcellone («Barcellona non è Barcellona, ma Barcelonas, tante Barcellone») sfondo delle sue avventure. Casa Leopoldo era uno dei luoghi eletti di Pepe-Manolo. Santuario della cucina popolare, riconosciuto da guide gastronomiche come uno dei migliori ristoranti della città, fu fondato da Leopoldo nel 1929 come “casa di pranzo” (solo un piatto, una zuppa per la gente più umile, di giorno) e aperto anche di notte, per chi veniva nella zona a cercare donne e droga, accompagnato magari da cantanti e artisti, e portava aragoste e polli da cucinare.

La gestione passò poi a suo figlio Herman, torero, e ora
è nelle mani di sua figlia Rosa Gil, a sua volta moglie di torero, che sta scrivendo un libro sulla Casa, sul padre diventato torero per evitare il carcere a causa della fede anarchica e il marito morto nell'arena quando lei era in cinta della figlia, sulla sua infanzia cresciuta accanto alle prostitute, a cui a volte la mamma la lasciava in custodia, su Manolo che qui «si sentiva come a casa», veniva a mangiare e incontrare i suoi amici o i suoi editori. Oggi Casa Leopoldo propone un Menù Degustaciòn Pepe Carvalho, con piatti che gli piacevano: dal baccalà con patate e uovo alle polpette di seppie e gamberi e alla trippa con fagioli bianchi. Nei ricordi della gente del quartiere che lo ha conosciuto, Manolo era un uomo discreto, schivo, che amava stare tra la gente ma senza interpretare il ruolo del personaggio di successo.

Il Barrio Chino (o Raval, prima campi coltivati che rifornivano la città, poi con l'industrializzazione quartiere operaio e di immigrazione, luogo di contrasti e incroci, miscuglio etnico e culturale) è lo scenario della infanzia e adolescenza di Pepe-Manolo. Un quartierepatria, territorio fisico ed emotivo, dov'è nato e cresciuto lo scrittore e dove vive l'investigatore. Antieroe Pepe, detective picaresco, ex militante comunista ed ex-agente della Cia, amante dei piaceri della carne, puttaniere e gastronomo. Antituristico il quartiere, come «una banlieu attaccata al centro», dice Rosa Gil, concentrazione di immigrati e ristoranti di cucina tradizionale ed etnica, di caffé di tendenza e botteghe fuori moda, “pastorizzato”, asettico, ripulito, secondo lo scrittore.

Sulla moderna Rambla de Raval, simbolo della riforma urbanistica tanto criticata da Montalbán, l'attrazione è un enorme gatto di Botero. Sotto le palme, sulle panchine, immigrati pachistani e maghrebini parlano spagnolo tra loro. La trasformazione del Raval continua, grandi alberghi stanno sorgendo accanto ai vicoli fiancheggiati da vecchi palazzi («qualcosa di simile alla bellezza della miseria si è fissato sulla facciata delle nostre case») e alle strade delle prostitute (come Charo, l'amante di Pepe, battona dal gran cuore), oggi soprattutto africane e dell'Est Europa. A due passi dalla casa natale dello scrittore, in Plaza del Pedró - luogo di incontro per la gente del quartiere - si incrociano turisti un po' spaesati ma incuriositi e famigliole con madri in burqa.


http://viaggi.repubblica.it/dettaglio/I-sapori-di-Pepe-Carvalho/201461