Buffalo: un “bisonte” per le galassie primordiali

Abell 370 è uno dei primissimi ammassi di galassie in cui gli astronomi hanno osservato il fenomeno delle lenti gravitazionali, la deformazione dello spazio-tempo da parte del campo gravitazionale dell’ammasso che distorce la luce delle galassie che si trovano molto dietro di esso. Questo si manifesta come archi e striature nell’immagine, che sono le immagini allungate delle galassie di sfondo.

La conoscenza della formazione e dell’evoluzione delle primissime galassie nate nell’Universo è cruciale per la nostra comprensione del cosmo, e molte delle galassie più lontane a oggi conosciute sono state osservate grazie al telescopio spaziale Hubble. Il loro numero però è ancora troppo piccolo per permettere agli astronomi di stabilire se possano essere un campione rappresentativo. continua ...

Galassie primordiali in un bagno di dark matter

Rappresentazione artistica di due galassie agli albori dell’universo. Crediti: Nrao/Aui/Nsf; D. Berry

Le potenti antenne di Alma, l’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array, si sono spinte fino agli albori dell’universo, quando le prime galassie erano in fase embrionale, scoprendo che alcune di esse si sono formate a “soli” 780 milioni di anni dal Big Bang. Questo suggerisce agli scienziati che gli elementi alla base della formazione galattica sono stati in grado di assemblarsi abbastanza rapidamente in galassie più grandi. E questo già durante l’epoca della reionizzazione, quando la maggior parte dello spazio intergalattico uscì dall’oscurità grazie alla formazione di stelle e galassie che, con la loro energia, ionizzarono l’idrogeno portando la luce nell’universo che conosciamo oggi. continua ...

Buchi neri primordiali e onde gravitazionali

La teoria di Einstein prevede che due buchi neri in collisione emettano onde gravitazionali, ma queste onde non sono ancora state rivelate direttamente. Nell’immagine, la rappresentazione artistica delle onde gravitazionali che si muovono attraverso lo spazio-tempo. Crediti: Nasa

Se fino a qualche anno fa le onde gravitazionali erano ancora avvolte da un alone di teoria e mistero, dalla loro prima rilevazione (il 14 settembre 2015) a oggi i ricercatori hanno fatto molta strada, fino ad arrivare alla cosiddetta era dell’astronomia gravitazionale e multimessaggero. Ma a cosa servono davvero queste increspature del “tessuto” dello spaziotempo predette da Einstein? Ce lo chiediamo tutti, e di recente una coppia di scienziati ha provato a rispondere: è possibile confermare l’esistenza (o meno) di un certo tipo di buchi neri analizzando il comportamento delle onde gravitazionali. continua ...

Come nascono i super buchi neri primordiali

Il super-computer Aterui al Center for Computational Astrophysics (CfCA) del National Astronomical Observatory of Japan (NAOJ). Crediti: NAOJ

È nato prima l’uovo o la gallina? Gli astrofisici si trovano di fronte a un dilemma simile quando cercano di capire come possano formarsi buchi neri super-massicci nell’universo primordiale. Sono state avanzate diverse ipotesi e abbiamo dato conto recentemente su Media Inaf di una possibile spiegazione avanzata da un gruppo di ricerca tutto al femminile. continua ...

Composti organici primordiali nel cuore di Chury

Il nucleo della cometa 67P Churyumov-Gerasimenko, in un immagine scattata da Rosetta (Crediti: ESA)

Benché non sappiamo ancora se, nella buia profondità del cosmo, esistano o meno forme di vita, una cosa è certa: composti organici sono estremamente comuni. Due ricercatori francesi hanno proposto l’ipotesi che i composti trovati da Rosetta nel nucleo della cometa 67P/Churyumov–Gerasimenko – o”Chury” come la chiamano gli addetti ai lavori – grazie ai due strumenti di produzione italiana (lo spettrometro Virtis e Giada, strumento per la raccolta e misurazione delle polveri) non provengano dal nostro sistema solare, ma che siano molto più antichi, e che provengano proprio dai vasti spazi interstellari. continua ...